Un futuro senza donne

postapoc

In altro mondo, una dimensione parallela in chissà quale lontano universo e tempo, la razza umana era sull’orlo dell’estinzione.
Centinaia di anni prima, si era sviluppato un terribile virus, di un tipo nuovo e letale che non lasciava scampo e bastava
respirare l’aria di un contagiato per esserne immediatamente infetti. Però questo virus aveva una strana particolarità: uccideva
solo le donne. Proprio così, in meno di una settimana sopraggiungeva un arresto cardiaco e la povera sventurata di turno
rimaneva senza vita, con nessuna possibilità di scampo. Sugli uomini invece, la malattia si manifestava in un modo davvero
particolare: l’infetto rimaneva normale ed in salute, ma se per caso si accoppiava con una donna e aveva in seguito un figlio,
questi nasceva maschio. Inizialmente parve sembrare un caso, ma dopo innumerevoli volte si finì per accettare che anche questo
accadeva per via del virus. Insomma sembrava che la malattia volesse sterminare le donne dalla faccia della terra, e
naturalmente questo significa sterminare progressivamente la razza umana in generale. Le donne diminuivano sempre di più e
inizialmente vennero elevate al pari di divinità, in seguito vennero ricercate ovunque e costrette ad avere rapporti sessuali
tutto il giorno, lasciando loro solo il tempo di mangiare e dormire, per preservare la specie. La popolazione globale si era
ridotta a circa novecento milioni di individui, per lo più concentrati nell’attuale Europa e America, lasciando il resto del
mondo arido e selvaggio, ove la natura aveva ripreso gradualmente possesso della terra. Sempre a causa del virus, alcuni tra le
nuove generazioni non avevano mai visto una donna dal vivo, e sognavano ogni notte le carni femminili e immaginavano,
fantasticando, il loro aspetto. Uno di questi ragazzi, chiamato Colro, era a capo di una banda di bulletti che tirava avanti
rubacchiando qua e la e vivendo di espedienti. Saranno stati una decina, tutti intorno ai diciannove vent’anni. Un giorno come
tanti, mentre bighellonavano senza meta cercando di ammazzare il tempo, udirono un grido di aiuto. Una voce a suo modo dolce, un
po’ stridula, che li fece accorrere. Si trovavano nei pressi di una vecchia stazione ferroviaria, in parte divorata dall’edera e
da altra vegetazione, ove spesso si potevano trovare animali selvatici. E infatti un grosso lupo nero stava tentando di mordere
una giovane ragazza che si era issata su un vagone arrugginito. Grazie alle loro rudimentali armi da fuoco, i ragazzi fecero un
po’ di chiasso spaventando il lupo che fuggì via. Corlo rimase sbigottito davanti a quella donna: in realtà non era bellissima,
ma per quei ragazzi era una Venere scesa in terra. Aveva la maglia e i jeans sporchi e strappati, e stava ancora ansimando. Non
fece in tempo ad articolare una frase di ringraziamento, che dozzine di mani la stavano spogliando. In pochi secondi rimase
praticamente nuda: le grosse tette bianche venivano palpate, strizzate, baciate, mentre mani avide frugavano tra le cosce della
ragazza, insinuandosi in quella fica pelosa, aprendola fino a farla gridare. In un battibaleno tutti avevano il cazzo di fuori,
duro come il marmo, ma Colro per primo le spalancò le gambe per scoparsela, mentre gli altri si segavano con una mano e con
l’altra la tenevano ferma. La ragazza non era affatto vergine, la sua fica era larga e slabbrata ma a Colro sembrava la cosa più
bella del mondo, mentre la scopava ansimava di piacere, stringendo quelle chiappe bianche che aveva davanti a se. Non essendo
abituato al calore di una fica, venne dopo pochi minuti, inondandola di sborra bianca e densa. Subito un altro ragazzo prese il
suo posto, incurante del liquido che le colava fuori, prese a scoparsela con foga. Due costringevano le sue mani a una sega
veloce, e un altro le spingeva il cazzo in bocca così forte e così in profondità che la poveretta respirava a malapena. Queste
posizioni si alternavano rapidamente, vista la durata breve delle loro prestazioni, ma subito guardando la scena i loro cazzi
resuscitavano e riprendevano il giro. Ad un certo punto lei si ritrovò con un cazzo nella fica, uno nel culo, uno per ogni mano
e un piantato in bocca. Dopo quasi tutto il giorno, i ragazzi erano esausti, e Colro rimase a guardare la donna esanime a terra:
aveva due o tre lividi, le gambe oscenamente aperte e il culo con un po’ di sangue che scendeva lento, e tutto il corpo coperto
di sborra, la maggior parte secca come fosse una ragnatela, ma in alcuni punti era ancora liquida e colava spinta dalla gravità.
Per non parlare di tutta la sborra che le avevano costretto ad inghiottire, a costo di soffocarla le erano venuti dozzine di
volte in bocca, tenendogli il collo e la testa per farla ingoiare fino alla nausea. Colro aveva il cazzo di fuori, ormai moscio,
mentre contemplava quella scena. Si avvicinò alla ragazza con passi leggeri, e le rivolse la parola con un tomo quasi gentile
“Come ti chiami?” E rimase li in piedi, ad aspettare. Lei soppresse un conato di vomito e con grande fatica si mise a sedere,
sputando sborra densa che le colò sulle grosse tette che erano state martoriate e strizzate all’inverosimile. Dopo alcuni
secondi, con una voce flebile, appena udibile disse “Katia”. A quel punto Colro sorrise e le chiese “Mi vorresti sposare?” E
rimase inebetito li davanti, mentre i suoi compagni ridevano e si tiravano su i pantaloni. Lei morì di stenti poco dopo, e loro
erano già lontani.